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La caduta dell’ultimo dei Gheddafi

(Roma, 04 febbraio 2026). La notizia dell’uccisione di Saif Al Islam Gheddafi è giunta sì improvvisa, ma non del tutto inattesa. Del resto, il contesto è pur sempre quello di una Libia ancora molto instabile ed esposta a continui e repentini ribaltoni. In una situazione del genere, portare il nome di Gheddafi non è certo una garanzia di immunità. Per di più se l’ex rais Muammar Gheddafi, ucciso nel 2011 dopo 42 anni di regno ininterrotto, di Saif a un certo punto ne aveva fatto l’erede politico. Un’eredità che lo stesso Saif ha cercato di portare avanti. Almeno fino a ieri, quando quattro uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione di Zintan senza lasciargli scampo. La sua morte ha probabilmente chiuso un’era, quella del gheddafismo. E, con essa, anche oltre mezzo secolo di storia della Libia e del medio oriente.

I possibili perché dell’agguato di Zintan

Difficile per adesso stabilire chi materialmente ha premuto il grilletto contro Saif. E chi, contestualmente, ha armato la mano dei suoi aguzzini. L’unico dato certo riguarda il luogo dell’accaduto. Come detto in precedenza, il secondogenito del rais è stato ucciso a Zintan. Qui, dove il deserto abbraccia le montagne a circa 200 km a sud di Tripoli, hanno sede alcune delle più importanti milizie dell’ovest della Libia. Gruppi armati che nel 2011 sono stati tra i primi a sollevarsi contro i Gheddafi e che, pochi mesi dopo la morte di Muammar, hanno scovato Saif mentre provava la fuga verso il Niger. Da quel momento, Saif ha lasciato solo poche volte Zintan. Da prigioniero, nel 2017 si è trasformato in ospite di lusso a seguito della decisione di liberarlo e di non applicare una condanna a morte emessa nel 2015.

Zintan ha quindi rappresentato una sorta di fortezza, da cui coltivare le ambizioni politiche. Il fatto che qualcuno sia arrivato fino a qui per ucciderlo, vuol dire che alcuni equilibri sono venuti a mancare. Equilibri internazionali, forse. La docente Michela Mercuri in queste ore ha sottolineato la poca distanza temporale tra l’omicidio e la pubblicazione dei nuovi file su Epstein. Documenti in cui è emerso anche il nome di Saif Gheddafi per degli interessi sui miliardari conti libici ancora congelati negli Usa e in Europa. Ma potrebbe trattarsi anche di “semplici” equilibri locali. L’analista Jalel Harchaoui ha ricordato infatti che molti gruppi a Zintan oramai mal tolleravano la presenza dell’ospite di lusso. Visto oramai da tempo come un ingombro e come un pericolo per la sicurezza dell’area.

Cosa rappresenta la morte di Saif

Non è certo da escludere l’ipotesi legata al timore di un suo ritorno al potere in Libia. Tuttavia, nel seguire questa pista, più che certezze salterebbero fuori ulteriori domande. La prima riguarda la tempistica, visto che Saif da tempo non nascondeva le proprie velleità politiche e dunque occorrerebbe capire come mai gli aguzzini sono stati armati proprio adesso. Inoltre, la figura del secondogenito del rais era più simbolica che politica: “La sua figura ha funzionato come riferimento evocativo, utile in alcune aree del Paese per segnalare disagio, protesta o richiesta di attenzione – ha dichiarato ai nostri microfoni Alessandro Scipione di AgenziaNova – senza però tradursi in un progetto organizzato o in una leadership capace di competere con i principali centri di potere”.

Saif era quindi più un simbolo, da tirare fuori al momento opportuno o da rivendicare quando si voleva esprimere dissenso verso l’attuale situazione e nostalgia verso il regime: “In questo quadro, l’area gheddafiana – ha proseguito Scipione – non risulta scomparsa, ma continua a manifestarsi in forma diffusa e non coordinata”. In poche parole, la morte di Saif rappresenta oggi la fine di un’idea politica prima ancora che di un progetto politico. Le conseguenze saranno visibili più sugli annali della storia che sulle cronache dell’attualità politica. Perché, di fatto, l’uccisione dell’ultimo dei Gheddafi in politica ha definitivamente chiuso un’era lunga oltre 50 anni.

Di Mauro Indelicato. (Inside Over)

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