(Roma, 19 gennaio 2026). Ahmad al-Sharaa ha compiuto un passo importante verso il consolidamento della posizione di uomo forte della Siria post-Bashar al-Assad, concludendo con un mix di uso della forza e concessioni l’annosa questione dell’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) a maggioranza curda dentro l’esercito siriano e del ruolo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, meglio nota come Rojava.
Il territorio amministrato dai curdi, divenuto simbolo della resistenza contro lo Stato Islamico nel 2014-2015 e da allora sospeso in un limbo accentuato dalla caduta di Assad, ha dovuto alla fine accelerare l’integrazione nella nuova Siria nel più sbrigativo dei modi: subendo l’assalto di Damasco ai quartieri curdi ad Aleppo prima e accettando una rapida dissoluzione della sua autorità all’inizio di gennaio, in una “demolizione controllata” che ha forzato l’applicazione dei termini concordati a marzo 2025 tra Raqqa e il governo centrale. Ma il prosieguo delle violenze tra sacche di resistenza delle Sdf e esercito siriano lascia pensare che l’integrazione delle forze a guida curda, dopo il cessate il fuoco di domenica, sarà lunga e complessa.
Domenica “sono scoppiati combattimenti nel Nord-Est del Paese, mentre l’esercito siriano continua a riconquistare il territorio delle Sdf”, nota Al Jazeera. Al-Sharaa sperava che le concessioni alle minoranze curde fossero sufficienti a consolidare per sé e per la Turchia patrona di Damasco una grande vittoria politica, e in termini formali così è stato.
Sul piano sostanziale, però, resta la tensione. E i combattimenti sembrano intensificarsi attorno a Kobane, simbolo 11 anni fa della resistenza curda al Califfato e oggi crocevia della nuova Siria. Dove la caduta del regime degli Assad non ha portato la pacificazione del Paese. Gli Stati Uniti hanno concordato con Ankara la demolizione controllata del Rojava in cambio dell’integrazione delle alleate Sdf nel nuovo esercito siriano, una mossa che potrebbe consentire a Washington di muoversi per avere una voce negli apparati di Damasco. Ma che il processo prenda piede in forma spedita è tutto da definire.
Nel frattempo le forze siriane sono a Deir Az Zor, nella regione che custodisce i pozzi petroliferi e passando l’Eufrate sono arrivate al giacimento di al-Omar, passato alla gestione della Syrian Petroleum Company, Sono in mano della Siria damascena anche le dighe dell’Eufrate e le strade che conducono da Aleppo a Raqqa. Come nota Al Jazeera, “Questi importanti punti infrastrutturali governativi sono strategici e lo sono da tempo per le SDF. Assumerne il controllo è molto significativo per il governo di Damasco, che intende promuovere il concetto di un’autorità centralizzata che gestisce gli affari del Paese”.
Un esito da tempo atteso si è verificato in poche settimane con la forzatura da parte di Damasco che lascia vari punti in sospeso: le forze curdo-siriane hanno atteso troppo prima di cercare di concretizzare l’accordo o vanno pesati i legittimi timori della non affidabilità del nuovo governo? Il fatto che le Sdf stazionassero in area a maggioranza araba, come la capitale del Rojava, Raqqa, è stato strategico dopo la caduta di Assad? Come la Turchia ha sostenuto Damasco e come proverà a separare le Sdf dal rivale curdo interno, il Pkk? Come influenzerà la lotta allo Stato Islamico nella regione la fine della divisione tra Sdf e Damasco? La certezza è che la graduale riunificazione della Siria sembra procedere come combinato disposto tra il pugno di ferro interno e i compromessi politici stranieri. E ancora non c’è certezza sul Paese che verrà.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)