(Roma, 18 gennaio 2026). Il Board of Peace per Gaza è stato nominato dalla sua figura apicale, ovvero il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e pochi giorni dopo la sua nascita fa già discutere e polemizzare Israele. Ovvero uno dei soggetti, assieme ad Hamas, nella cui direzione il Board dovrebbe operare facilitando la mediazione nella “Fase 2” del cessate il fuoco siglato a ottobre a Sharm-el-Sheikh.
Israele si sente tagliata fuori ?
La critica non va tanto in direzione dei nomi del Consiglio Esecutivo annunciato ieri, quanto verso quelli aggiunti al cosiddetto Consiglio esecutivo di Gaza, il secondo organo del Board of Peace a cui si aggiungerà una più ampia assemblea di leader globali.
Nel Consiglio esecutivo di Gaza, che dovrà essere la cinghia di trasmissione a sostegno dell’operato dell’Alto Rappresentante del Board of Peace (l’ex ministro bulgaro Nickolay Mladenov) e in direzione del governo tecnocratico della Striscia (il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, Ncag), Trump ha infatti nominato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e Ali al-Thawadi, consigliere speciale del governo del Qatar che era presenta alla Casa Bianca quando The Donald spinse Benjamin Netanyahu a scusarsi con Muhammad al-Thani, premier di Doha, per gli attacchi israeliani contro Hamas nella capitale dell’emirato del settembre scorso.
Se Tel Aviv digerisce la presenza di Hassan Rashad, capo della Direzione generale dell’intelligence egiziana, meno gradita è la presenza degli altri due esponenti dei Paesi mediatori. In particolare, Fidan è l’architetto della strategia turca in Medio Oriente e una figura ritenuta strategica per le mosse di Ankara, soprattutto nel confronto della partita a scacchi regionale con Israele. Doha è ormai transitata nel campo degli avversari di Tel Aviv, che maldigerisce la proiezione regionale dei Fratelli Musulmani e sta al fianco dei rivali del Qatar e di Ankara, gli Emirati Arabi Uniti.
I timori di Israele per l’influenza della Turchia
“Israele non ha reagito in modo aggressivo all’inclusione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel Consiglio per la pace, riconoscendo che il comitato più importante è il comitato esecutivo”, nota il Times of Israel.
Nel board allargato dei leader globali siederanno fino a 50 figure di tutto il mondo, dal presidente argentinon Javier Milei al premier albanese Edi Rama, mentre il comitato dove siederanno Fidan e al-Thawadi assieme a molti membri del Comitato esecutivo (Mladenov, l’inviato USA Steve Witkoff, i finanzieri Jared Kushner e Mark Rowan, e l’ex premier britannico Tony Blair) e a funzionari esterni come Sigrid Kaag, Coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, è ritenuto più importante e operativo.
In particolare il Times of Israel segnala che Netanyahu “aveva cercato di impedire l’inclusione di un rappresentante turco in quest’ultimo organismo, ma a quanto pare ha perso quella battaglia, dimostrando l’utilità percepita di Ankara agli occhi di Trump, che ha ripetutamente elogiato Erdogan”. La sensazione è che Tel Aviv sia stata presa in contropiede dopo che Netanyahu, all’avvio del negoziato per la “Fase 2”, l’aveva definito “largamente simbolico” mentre il contesto era dominato dalla crisi in Iran, oggi in parte meno vicina al calor bianco, salvo trovarsi di fronte all’accelerazione di Trump.
Il Board of Peace, una sfida per gli USA
Del resto, il fatto che il Board of Peace ha alla sua guida proprio il presidente americano impone una presa di consapevolezza da parte di Trump del coinvolgimento diretto di Washington e dei rischi insiti in un fallimento del processo di pace per l’immagine dell’amministrazione.
“Non si tratta di una scelta di facciata, ma di una vera sfida, perché guidare il processo di ricostruzione richiede un impegno enorme”, aveva detto a InsideOver a dicembre il presidente della MedOr Italian Foundation Marco Minniti. Un impegno che richiede sforzi politici e sfide, ora e in occasione del futuro processo che porterà, sperabilmente, al ritiro israeliano e al disarmo di Hamas, consentendo alla Striscia di pensare a un futuro libero da guerra e oppressione. In quest’ottica, è chiaro che per Washington appiattirsi su Tel Aviv risulterebbe problematico. E questo è ciò che Netanyahu non riesce a digerire: rendersi conto che altri Paesi, come la Turchia, hanno un ruolo agli occhi degli USA per il Medio Oriente. E riequilibrare la strategia di conseguenza.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)