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Iran, l’ultima battaglia diplomatica di Araghchi : fermare l’assalto statunitense

(Roma, 13 gennaio 2026). Nel 2025 ha girato il mondo per provare a puntellare la Repubblica Islamica sul piano diplomatico e accarezzato l’obiettivo di una nuova intesa sul nucleare, ora Abbas Araghchi, ministro degli Esteri dell’Iran, ha provato a riaprire il canale con gli Usa per raggiungere un risultato ben più immediato ma che appare come presupposto per tutto il resto: prevenire un attacco statunitense a Teheran e dare respiro al Paese.

La tessitura di Araghchi

Axios riporta che il 62enne diplomatico a capo della politica estera nella presidenza di Masoud Pezeshkian, rientrato di recente da una visita di Stato in Libano, ha contattato l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente, Steve Witkoff, col fine di prevenire l’assalto da parte dell’amministrazione Usa di Donald Trump e nuovi bombardamenti dopo quelli americano-israeliani di giugno.

Si parla di un possibile incontro nei prossimi giorni sulla scia del canale costruito tra aprile e giugno del 2025, quando in cinque incontri tra l’Oman e Roma Araghchi e Witkoff guidarono l’ultimo negoziato per chiudere un nuovo accordo sul nucleare tra Iran e Usa prima dei bombardamenti israeliani. Non è ancora chiusa l’ultima porta per la diplomazia, nonostante le pressioni su Trump per l’intervento crescano e nonostante la svolta di The Donald, che dichiarando di voler imporre dazi al 25% su qualunque Paese commerci con Teheran ha aperto le porte dello strangolamento economico della Repubblica Islamica.

L’ultima battaglia diplomatica

Araghchi sa che il tempo stringe. Così, mentre il regime dell’Ayatollah Ali Khamenei alterna il pugno di ferro contro i manifestanti e il tentativo, tramite il presidente, di aprire a concessioni per placare le proteste, ecco che il sistema politico schiera il suo uomo di punta. Ovvero l’ex giovane combattente dei Pasdaran nella guerra Iran-Iraq divenuto politologo con dottorato all’Università del Kent (Regno Unito) e tessitore della politica estera iraniana come capo negoziatore degli accordi del nucleare (Jcpoa) conclusi nel 2015 dal presidente Hassan Rouhani e dal suo predecessore agli Esteri, Mohammad Javad Zarif. Il quale si è sempre mosso nel sentiero stretto in cui la diplomazia iraniana è costretta col massimo della disinvoltura possibile.

Araghchi è stato l’uomo che ha cercato il negoziato con gli Usa prima e ha provato ad aprire un ponte di dialogo con l’Europa poi. Lo ricordiamo a Ginevra, all’inizio della guerra con Israele, incontrare le controparti di Francia, Germania e Regno Unito. Ha rinunciato attaccando l’Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas dopo il suo rifiuto di farsi garante del Jcpoa e poi ha provato a salvare il patto con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica dopo la guerra tramite la mediazione egiziana di settembre per riportare gli ispettori in Iran.

Il futuro della diplomazia targata Araghchi

Con il muro contro muro con l’Occidente, da ottobre in avanti, e il ritorno delle sanzioni snapback al termine della validità dell’accordo, il suo ruolo si è inevitabilmente appannato. Nei giorni scorsi ha riproposto, non a caso, l’armamentario retorico degli alti papaveri del sistema: divisione tra “manifestanti” e “teppisti”, denuncia delle presunte ingerenze americane e israeliane, richiamo al “ritorno all’ordine” dopo il fine settimana di repressione.

Fino alla riapertura inattesa di un flebile canale diplomatico proprio nell’ora più dura per l’Iran. La linea di Araghchi è chiara: la relazione con gli Usa è decisiva per la Repubblica Islamica, e l’obiettivo è provare a sondare l’esistenza di due linee di pensiero diverse tra Washington e Tel Aviv. Intervenendo con un editoriale sul Guardian, il 30 dicembre Araghchi denunciava che la “crisi creata ad arte sul programma nucleare iraniano esemplifica come la fantascienza creata a Tel Aviv e diffusa dai delegati di Israele abbia alimentato un inutile scontro”.

Un richiamo alle componenti dialoganti in America, contro cui si sono scagliati i falchi interventisti come il senatore Lindsey Graham. Nessun peso è dato all’Unione Europea, che Araghchi ritiene semplicemente inesistente e insondabile. Mentre dall’India il cancelliere tedesco Friedrich Merz profetizza che “questi sono gli ultimi giorni della Repubblica Islamica” Araghchi fa di tutto per provare a smentirlo. E dimostrare al mondo che c’è uno spazio per la Repubblica Islamica. Sarà difficilissimo, ma la consapevolezza di falchi e moderati del regime di Teheran è che se c’è un uomo capace di ottenere questo risultato è proprio il suo più fine regista diplomatico.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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