(Roma, 15 dicembre 2025). Da almeno due decenni Hezbollah è presente in America latina non come semplice rete di supporto logistico ma come attore strutturato della guerra economica globale. La sua azione non si misura in attentati o operazioni militari, bensì nella capacità di sfruttare economie fragili, mercati informali e alleanze criminali per trasformare il continente sudamericano in una retrovia finanziaria e strategica. L’obiettivo è duplice: garantire un flusso costante di risorse per sostenere le attività militari e politiche del movimento libanese e, al tempo stesso, rafforzare la capacità dell’Iran di aggirare le sanzioni occidentali, consolidando un asse geopolitico che va da Caracas a Teheran passando per Beirut.
Il 16 ottobre 2025, quando Donald Trump ha confermato pubblicamente l’esistenza di operazioni della CIA contro il regime venezuelano di Nicolás Maduro, la questione è tornata al centro del dibattito. Washington ha parlato apertamente di un Venezuela trasformato in piattaforma di attività illegali legate al narcotraffico e al Hezbollah. Non era una novità ma una conferma di ciò che da anni emerge da rapporti di intelligence e indagini giudiziarie: l’America latina è diventata uno dei principali spazi operativi della guerra economica iraniana, con Hezbollah come braccio esecutivo esterno.
La base di questo sistema è sociale prima ancora che ideologica. A partire dagli anni Ottanta, decine di migliaia di famiglie libanesi, molte delle quali sciite, si sono stabilite in Brasile, Paraguay, Argentina, Colombia e Venezuela, fuggendo dalla guerra civile in patria. Oggi si stima che in Brasile vivano circa mezzo milione di cittadini di origine libanese, mentre in Paraguay la comunità si concentra soprattutto nella regione della cosiddetta tripla frontiera. Hezbollah non “controlla” la diaspora, ma ne utilizza le reti familiari, commerciali e fiduciarie come infrastruttura relazionale, fondamentale per costruire circuiti economici difficili da tracciare.
La tripla frontiera tra Ciudad del Este, Foz do Iguaçu e Puerto Iguazú è il laboratorio storico di questa presenza. È un’area in cui il confine tra economia legale e illegale è da sempre labile. Contrabbando, cambio parallelo, riciclaggio, evasione fiscale e commercio transfrontaliero convivono in modo strutturale. Secondo stime del Dipartimento del Tesoro statunitense, tra i 200 e i 500 milioni di dollari l’anno transiterebbero attraverso circuiti riconducibili o collegati a Hezbollah. Qui il movimento utilizza negozi di import-export, casinò, uffici di cambio e società di facciata per muovere capitali e trasferire valore, spesso ricorrendo a sistemi informali come la hawala, basata sulla fiducia comunitaria e quasi invisibile ai controlli bancari tradizionali.
L’operazione Titan, condotta nel 2008 dalla DEA e dalla polizia colombiana, ha offerto uno spaccato concreto di questo meccanismo. L’indagine ha smantellato un vasto network di traffico di cocaina che collegava Colombia, Venezuela, Messico e Libano. I profitti venivano riciclati attraverso imprese commerciali a Bogotá e Caracas e poi trasferiti verso il Medio Oriente. Il caso di Ayman Joumaa, accusato di aver riciclato fino a 200 milioni di dollari al mese per conto di cartelli messicani come i Los Zetas, resta emblematico della simbiosi tra narcotraffico latinoamericano e reti finanziarie legate a Hezbollah.
Il punto chiave è che Hezbollah non ha bisogno di controllare direttamente i cartelli. Gli basta innestarsi su reti criminali già esistenti, offrendo competenze in riciclaggio, intermediazione finanziaria e trasferimento internazionale di fondi. In cambio ottiene accesso a rotte marittime, infrastrutture logistiche e flussi di liquidità difficilmente intercettabili. È una complementarità operativa, non ideologica, che trasforma la criminalità locale in moltiplicatore di potenza.
Se la tripla frontiera è il cuore logistico e finanziario, il Venezuela rappresenta il baricentro politico di questa architettura. Sotto Hugo Chávez prima e Nicolás Maduro poi, Caracas ha costruito un’alleanza strategica con Teheran basata sull’anti-americanismo e sulla solidarietà tra regimi sanzionati. Voli diretti Caracas-Teheran, definiti da alcuni rapporti come “aerei fantasma”, sono stati sospettati di trasportare oro, valuta e materiali sensibili. Secondo il Congresso statunitense, il Venezuela avrebbe consentito a Hezbollah di gestire parte delle proprie operazioni finanziarie dal Paese, in cambio di supporto politico e indiretto militare.
Nel Sud del Venezuela, in particolare nello Stato di Bolívar, l’estrazione illegale dell’oro è diventata un pilastro di questo sistema. Decine di tonnellate di metallo prezioso vengono estratte ogni anno fuori da qualsiasi controllo statale e immesse in circuiti che collegano Caracas, Teheran e Beirut. L’oro diventa moneta geopolitica, scambiata con petrolio, beni e servizi, consentendo all’Iran di aggirare le sanzioni. Hezbollah agisce da intermediario, collegando imprese iraniane, attori locali e mercati internazionali.
Negli ultimi anni la strategia si è ulteriormente ampliata. L’uso delle criptovalute, come Bitcoin e Tether, offre nuovi strumenti di resilienza finanziaria, soprattutto in Paesi dove la sorveglianza bancaria è aumentata. Parallelamente cresce l’interesse per il settore estrattivo. Nel 2023 gli Stati Uniti hanno sanzionato Amer Mohamed Akil Rada, accusato di aver trasferito in Libano i proventi di un’azienda colombiana di esportazione di carbone. Ancora più significativo è l’interesse per risorse strategiche come l’uranio. Il progetto di Macusani, in Perù, dove si trovano decine di giacimenti, è osservato con attenzione: secondo alcune fonti, gruppi locali legati a movimenti radicali avrebbero avuto contatti con reti riconducibili al Hezbollah, in un quadro che si inserisce nella strategia iraniana di autonomia energetica.
Accanto alla dimensione economica, Hezbollah investe nell’influenza ideologica. Centri culturali, moschee, associazioni educative e fondazioni caritative operano in Argentina, Brasile, Paraguay e Venezuela. Queste strutture svolgono un ruolo ambiguo: sostegno comunitario da un lato, diffusione dello shiismo politico e di una narrativa anti-imperialista dall’altro. È un lavoro di lungo periodo, che non mira alla radicalizzazione immediata ma alla costruzione di consenso e identità, creando un ambiente favorevole alle attività economiche del movimento.
Colpisce, in questo quadro, la relativa assenza di attentati terroristici in America latina dopo quelli avvenuti in Argentina negli anni Novanta. È una scelta strategica. Hezbollah privilegia attività finanziarie e logistiche perché garantiscono entrate stabili e discrezione. Un’escalation violenta attirerebbe l’attenzione internazionale e metterebbe a rischio l’ecosistema costruito nel tempo.
La risposta occidentale resta frammentata. Paraguay, Argentina e Brasile hanno rafforzato la legislazione antiterrorismo e la cooperazione con Washington, mentre altri Paesi mantengono posizioni ambigue o rifiutano di designare Hezbollah come organizzazione terroristica. L’assenza di una linea comune crea spazi di manovra che il movimento sfrutta con abilità.
In America latina Hezbollah non combatte una guerra armata. Combatte una guerra economica. Finanza informale, risorse naturali, criminalità organizzata e influenza ideologica diventano strumenti di potere. È una lezione centrale dei conflitti contemporanei: il controllo delle catene del valore e la capacità di aggirare le sanzioni contano quanto, se non più, delle armi sul campo. Una guerra silenziosa, ma decisiva.
Di Giuseppe Gagliano. (Inside Over)