(Roma, 30 agosto 2025). Lì dove l’azione militare rischia di fallire, ecco che ad attivarsi è l’azione politica: è seguendo questo principio che, lo scorso 26 luglio, le milizie Rsf hanno annunciato la formazione di un nuovo governo sudanese nelle aree da loro controllate. Il tutto per provare ad avere una qualche forma di legittimazione politica, visto che sul fronte prettamente militare le forze guidate dal generale Dagalo hanno perso terreno nei confronti dell’esercito regolare comandato dal presidente Al Burhan. Per molti analisti, si va verso uno scenario libico: Dagalo, pur sapendo di non avere grandi velleità di riconoscimento per il suo governo, cerca di imitare il modello del generale libico Khalifa Haftar. Ossia, creare forme di autorità parallele con cui poter parlare direttamente con i vari attori internazionali. Tutto questo, nel contesto sudanese, si sta traducendo con una sola parola: stallo. Sia militare che, soprattutto, politico.
Lo spettro dello scenario libico
Il rifermento alla Libia non è certo casuale. Perché la regia dietro il nuovo governo parallelo delle Rsf ha sede tutta ad Abu Dhabi: gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali sostenitori di Haftar in Libia, adesso stanno cercando di attuare in Sudan lo stesso scenario presente da oltre un decennio in Libia. Il tutto per sostenere la causa delle Rsf, con cui Abu Dhabi è alleata: “Gli Emirati sono un Paese ricco ma piccolo – ha sottolineato su Rivista Africa il ricercatore Marco Di Liddo – Come tutte le monarchie del Golfo, cercano Stati con terra e popolazione. Le milizie sudanesi offrono uomini e network”.
Con le continue sconfitte sul campo subite dalle Rsf, occorreva in qualche modo trovare una soluzione politica che garantisse una forma di legittimazione agli uomini di Dagalo. Le Rsf, è bene ricordare, nei mesi scorsi hanno perso il controllo della parte centrale del Sudan e, soprattutto, della capitale Khartoum. Il palazzo presidenziale, al netto dei lavori di ristrutturazione dopo essere stato quasi raso al suolo durante le battaglie, a breve tornerà a ospitare la sede del governo. Uno smacco non indifferente per le Rsf, le quali adesso proveranno però ad aprire canali diplomatici ufficiosi con diversi attori internazionali. Del resto, l’oro e i minerali nelle aree da loro controllate potrebbero far gola a molti e non solo ad Abu Dhabi.
Lo stallo militare
Lo scenario libico potrebbe materializzarsi anche a livello militare. Così come sta accadendo nel Paese nordafricano, anche in Sudan le forze ufficiali e quelle del governo parallelo non hanno infatti forze sufficienti per accaparrarsi il controllo totale del Paese. L’impressione è che si arriverà a una cristallizzazione dei fronti con ciascuno dei governi che opererà de facto sulle aree controllate.
Il sostegno emiratino sta evitando a Dagalo un ulteriore collasso delle proprie forze, le quali adesso sono presenti anche nel Sud della Libia nei territori controllati da Haftar. Qui, secondo diversi report di intelligence, le milizie Rsf stanno ricevendo addestramento e sostegno. Quasi a legare ulteriormente in modo inscindibile lo stallo libico con quello sudanese. Dall’altro lato, l’esercito regolare (che gode, tra gli altri, del sostegno saudita), non ha la forza per riprendere l’intero Darfur. Ossia una delle ultime regione roccaforte delle Rsf.
Una situazione umanitaria disperata
In questo contesto, a subire le peggiore conseguenze sono senza dubbio i civili. La prosecuzione della guerra, l’instabilità e lo stallo stanno contribuendo ad alimentare una già grave crisi umanitaria. Secondo l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, la crisi sudanese è la più grave degli ultimi anni a livello internazionale. Sono milioni i rifugiati interni, seppur in diminuzione dopo la presa di Khartoum da parte dell’esercito, così come quelli presenti tra il Ciad e i Paesi limitrofi.
Di Mauro Indelicato. (Inside Over)