(Roma, 29 agosto 2025). Tra Siria e Yemen, Israele alza la posta delle sue operazioni militari fuori dalla Palestina a un livello che non si era visto dopo la fine della guerra dei dodici giorni con l’Iran.
Nella giornata di ieri, la Siria e lo Yemen sono stati teatro di estesi attacchi da parte dell’Israel Defense Force, volti a consolidare la proiezione di Tel Aviv nello scenario mediorientale: nel Paese confinante, i caccia e i missili israeliani hanno colpito nella prossimità di Damasco, ed è andato in scena un inedito raid di forze di terra trasportate in elicottero che hanno colpito per due ore sul suolo siriano una base militare dell’esercito di Ahmad al-Sharaa.
Bombe sullo Yemen, decapitato il governo Houthi
In Yemen pesanti raid hanno colpito la capitale Sana’a controllata dai ribelli Houthi, portando all’uccisione del primo ministro del governo del gruppo militante sciita che contende la leadership sul Paese della penisola arabica a quello internazionalmente riconosciuto, Ahmed al-Rahawi.
“Il quotidiano Aden Al-Ghad aggiunge che Rahawi è stato ucciso insieme ad alcuni dei suoi compagni”, nota il Times of Israel, aggiungendo che “dai resoconti sembrerebbe che si sia trattato di un attacco seguito a quello iniziale che avrebbe preso di mira 10 ministri senior degli Houthi , tra cui il ministro della Difesa Mohamed al-Atifi, mentre si erano radunati in un luogo fuori Sanaa per ascoltare un discorso programmato dal leader del gruppo, Abdul Malik al-Houthi”. Non ci sono notizie circa la sorte di Muhammad Al-Ghamari, capo di Stato Maggiore degli Houthi, che sarebbe stato tra i bersagli di Tel Aviv, anche se alcuni canali Osint parlano sia della sua morte che di quella di al-Atifi come probabile.
La mossa è significativa perché si tratta di un salto di qualità degli strike di Israele contro gli ultimi esponenti dell’asse sciita filo-iraniano capaci di esercitare una credibile deterrenza militare contro Tel Aviv e i suoi alleati, di colpire il traffico marittimo nel Mar Rosso e di condizionare gli scenari regionali. Inoltre, dall’inizio dei raid anglo-americani del gennaio 2024 si tratta dei colpi più duri inflitti alla leadership Houthi dagli attacchi di Londra, Washington e Tel Aviv.
Un messaggio a Ankara e Teheran
Lette in parallelo, le due manovre sono da vedere come una proiezione militare di Israele oltre il teatro di Gaza, che per Tel Aviv rischia di trasformarsi in un pantano e in un buco nero politico, e come un chiaro messaggio ai due maggiori rivali regionali: Turchia e Iran. Colpendo l’esercito di Damasco Israele vuole esercitare la deterrenza militare su una forza armata percepita come una proiezione politica di Ankara, con cui una partita a scacchi regionale è in atto dopo la caduta di Bashar al-Assad. Attaccando in Yemen, Israele invece potenzia la sua strategia di contenimento alla sfera regionale dell’Iran dopo la guerra di giugno e rinverdisce la strategia di eliminazione mirata dei leader vicini a Teheran, mostrando inedite capacità di proiezione e identificazione obiettivi.
Nel quadro di un confronto a distanza che dopo la guerra sta riassumendo la forma della guerra-ombra, Israele manda un messaggio: è ancora ampiamente capace di attacchi mirati e operazioni di decapitazione, come a sottolineare che potrebbe esser pronta a finire il lavoro interrotto a giugno in una guerra dove la supremazia tattica si è tramutata in uno scacco strategico. Nel quadro di un contesto geopolitico critico che spinge nella direzione di un secondo conflitto tra Teheran e Tel Aviv, mosse come questa hanno il ruolo di preparare delle grandi manovre future.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)