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In Niger Roma e Parigi devono partire dal Trattato del Quirinale

(Roma, 22.08.2023). Il tema del presente articolo è trattato più dettagliatamente nel volume “Oltre il Trattato del Quirinale: le relazioni italo-francesi alla prova dei mutamenti politico-strategici in Europa”, curato dal Centro Studi Geopolitica.info in collaborazione con Cemas Sapienza Università di Roma nell’ambito delle attività dell’Osservatorio di Politica Internazionale (OPI), progetto di collaborazione tra Senato della Repubblica, Camera dei Deputati e Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale

Il recente colpo di stato in Niger rappresenta un test cruciale per la cooperazione bilaterale franco-italiana in Africa. Nonostante gli interessi comuni, per anni le politiche dell’Italia e della Francia nel continente sono state poco sinergiche, se non addirittura contrapposte. Nel novembre 2021, tuttavia, Roma e Parigi hanno firmato un importante accordo bilaterale, il Trattato del Quirinale, con l’intento di promuovere un approccio più cooperativo su diversi temi, in cima ai quali figurava la politica di sicurezza e di difesa in Africa e più in generale in tutto il Mediterraneo.

In effetti, il Trattato esordiva proprio sottolineando con forza l’importanza del Mar Mediterraneo, definito nel Trattato « l’ambiente comune ». Oggi quest’area è pesantemente influenzata da ciò che accade nel Sahel, soprattutto in Niger, dove passano le principali rotte migratorie verso l’Europa. Francia e Italia si dichiaravano pronte a rafforzare la cooperazione reciproca in questo quadrante proprio con speciale riguardo alla questione migratoria. La cooperazione nel Mediterraneo è divenuta un’esigenza impellente per entrambi i Paesi negli ultimi anni soprattutto a causa dell’accresciuto interesse dell’Italia verso quest’area. In effetti, mentre Parigi è da sempre presente nel Mediterraneo e nel Sahel con numerose unità, l’attenzione di Roma verso questo quadrante è divenuta esplicita solo a partire dal 2015, con la pubblicazione del Libro Bianco, un documento strategico con cui il ministero della Difesa sanciva formalmente che il Mediterraneo – inteso nel suo senso “allargato”, cioè comprendente anche Nord Africa e Sahel – andava considerato la priorità del dicastero.

Negli anni successivi, quanto sancito nel Libro Bianco non è rimasto lettera morta. A partire da quel momento, infatti, l’Italia ha ridotto la sua presenza militare nei tradizionali teatri di riferimento e ha avviato diverse operazioni navali e terrestri nell’area. In particolare, oltre alle missioni navali nel Mediterraneo e nello stretto di Hormuz, l’Italia ha avviato operazioni in Libia, Niger, e Mali. Tale tendenza risulta confermata anche dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Per l’anno 2023, infatti, il Consiglio dei Ministri ha approvato quattro nuove missioni: ben tre di queste – Eubam Libia, Eumpm Niger e la missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Burkina Faso – prevedono lo schieramento di unità militari italiane in Africa.

All’interno del Trattato, poi, l’importanza dell’Africa veniva ribadita anche in relazione all’approccio da adottare nei confronti dell’Unione europea. Le due parti esprimevano l’intenzione di cooperare al fine di esercitare pressione all’interno dell’Ue per ribadire l’importanza dei Paesi del sud Europa, spingendo tutta la Comunità a promuovere politiche più efficaci e più sinergiche nei confronti del continente africano. In effetti, sebbene negli scorsi anni, e soprattutto a partire dal 2016, l’Unione europea è sembrata procedere in maniera più spedita verso una maggiore integrazione in materia di politica estera e di sicurezza, numerosi tentativi volti a promuovere tale obiettivo hanno spesso dovuto fare i conti con la straordinaria difficoltà da parte dei Paesi membri di pervenire a una comune definizione della minaccia.

Alcuni esperti chiamano questo fenomeno « cacofonia strategica »: significa, in buona sostanza, che all’interno dell’Unione sussistono diverse visioni di quelli che dovrebbero essere le principali minacce da cui l’Europa deve difendersi. Evidentemente, l’attacco russo ha influito sulla cacofonia strategica conferendo maggiore enfasi alla minaccia proveniente dal fianco orientale, contribuendo quindi a mettere in secondo piano le priorità della sponda sud dell’Ue. Tuttavia, sebbene Italia e Francia abbiano fin da subito contribuito in maniera decisa alla difesa dell’Ucraina, esse identificano nel sud dell’Europa l’area da cui provengono le maggiori sfide alla loro sicurezza. È quindi interesse comune dei due Paesi ricalibrare le priorità dell’Europa in materia di sicurezza verso la sponda meridionale del continente. Nel Trattato i Paesi firmatari ribadiscono questo punto con molta chiarezza quando dichiarano di volersi « impegnare a rafforzare le relazioni dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri con questo continente (quello africano), con particolare attenzione al Nord Africa, al Sahel e al Corno d’Africa ».

Infine, il Trattato auspicava una maggiore cooperazione tra i due Paesi anche nella dimensione militare, un aspetto che in Niger assume importanza centrale. Relativamente a questo aspetto, negli ultimi anni la cooperazione tra Roma e Parigi sembra essere progressivamente aumentata. In effetti, le forze italiane e francesi non solo sono da tempo impegnate nella condotta di diverse operazioni comuni, sia terrestri che navali, ma negli ultimi anni hanno anche incrementato le attività congiunte, specialmente in Africa. Militari francesi e italiani operano insieme in diverse missioni navali – Atalanta, nel corno d’Africa, Irini, nel mar Mediterraneo, Emasoh, lungo lo stretto di Hormuz – e conducono operazioni navali nel Golfo di Guinea.

Entrambi i Paesi schierano forze terrestri nel Sahel, in particolare in Niger e in Mali. Nel 2021, l’Italia aveva preso direttamente parte agli sforzi militari francesi in Mali, inviando nell’area un contingente – circa 250 uomini, 20 mezzi terrestri e 6 elicotteri – a supporto diretto delle forze francesi impegnate nel Paese. I militari italiani erano stati dunque integrati nella Task Force Takuba, composta da unità provenienti da diversi Paesi dell’Unione europea. Tuttavia, nel corso del 2022, diversi eventi, tra cui un colpo di Stato militare nel Paese, hanno portato il presidente Macron ad annunciare il graduale ripiegamento del contingente francese dal Mali, con conseguente ritiro delle forze italiane. La cooperazione nel settore della difesa beneficia entrambi i Paesi.

Le forze italiane possono apportare un contributo rilevante ai militari francesi, che negli ultimi anni hanno più volte fatto presente alle autorità politiche transalpine le loro difficoltà a operare in quelle regioni, a causa delle condizioni climatiche estreme e della scarsità di mezzi e materiali forniti, specialmente elicotteri. La collaborazione militare in Africa permette ai due Paesi di esercitare un’azione più efficace e di contribuire in misura maggiore alla stabilizzazione del Sahel, questione cruciale per il contrasto all’immigrazione. I militari italiani, poi, possono beneficiare notevolmente della cooperazione con le unità francesi, che sono presenti nella regione da molto più tempo dei fanti di Roma, e che hanno accumulato negli anni una ricca esperienza di operazioni in quei territori, spesso anche con violenti combattimenti.

Infine, il Trattato auspicava una maggiore cooperazione tra i due Paesi anche nella dimensione militare, un aspetto che in Niger assume importanza centrale. Relativamente a questo aspetto, negli ultimi anni la cooperazione tra Roma e Parigi sembra essere progressivamente aumentata. In effetti, le forze italiane e francesi non solo sono da tempo impegnate nella condotta di diverse operazioni comuni, sia terrestri che navali, ma negli ultimi anni hanno anche incrementato le attività congiunte, specialmente in Africa. Militari francesi e italiani operano insieme in diverse missioni navali – Atalanta, nel corno d’Africa, Irini, nel mar Mediterraneo, Emasoh, lungo lo stretto di Hormuz – e conducono operazioni navali nel Golfo di Guinea.

Entrambi i Paesi schierano forze terrestri nel Sahel, in particolare in Niger e in Mali. Nel 2021, l’Italia aveva preso direttamente parte agli sforzi militari francesi in Mali, inviando nell’area un contingente – circa 250 uomini, 20 mezzi terrestri e 6 elicotteri – a supporto diretto delle forze francesi impegnate nel Paese. I militari italiani erano stati dunque integrati nella Task Force Takuba, composta da unità provenienti da diversi Paesi dell’Unione europea. Tuttavia, nel corso del 2022, diversi eventi, tra cui un colpo di Stato militare nel Paese, hanno portato il presidente Macron ad annunciare il graduale ripiegamento del contingente francese dal Mali, con conseguente ritiro delle forze italiane. La cooperazione nel settore della difesa beneficia entrambi i Paesi.

Le forze italiane possono apportare un contributo rilevante ai militari francesi, che negli ultimi anni hanno più volte fatto presente alle autorità politiche transalpine le loro difficoltà a operare in quelle regioni, a causa delle condizioni climatiche estreme e della scarsità di mezzi e materiali forniti, specialmente elicotteri. La collaborazione militare in Africa permette ai due Paesi di esercitare un’azione più efficace e di contribuire in misura maggiore alla stabilizzazione del Sahel, questione cruciale per il contrasto all’immigrazione. I militari italiani, poi, possono beneficiare notevolmente della cooperazione con le unità francesi, che sono presenti nella regione da molto più tempo dei fanti di Roma, e che hanno accumulato negli anni una ricca esperienza di operazioni in quei territori, spesso anche con violenti combattimenti.

Di Matteo Mazziotti di Celso. (Il Giornale)

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