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Sudan: spari contro l’auto dell’ambasciatore turco, entrambe le fazioni respingono la responsabilità

(Roma, 06.05.2023). Sia le Forze rapide di supporto che l’esercito non hanno rispettato la tregua dichiarata lo scorso 4 maggio per sette giorni, la terza a non essere osservata dall’inizio dei combattimenti il 15 aprile

I colpi esplosi contro l’auto dell’ambasciatore turco a Khartum, Ismail Cobanoglu, sono stati sparati dalle Forze rapide di supporto (Rsf) del generale Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo. Lo scrive su Twitter il portavoce dell’esercito sudanese, rimandando la responsabilità dell’accaduto alla fazione militare nemica. In un post su Twitter, le Forze armate sudanesi accusano le Rsf di aver aperto il fuoco contro l’auto blu e di aver arrestato l’ambasciatore turco. In precedenza, il generale Dagalo aveva a sua volta accusato dell’accaduto l’esercito. “Questo attacco più recente è un’altra palese violazione da parte delle Saf delle norme e degli accordi internazionali che proteggono le missioni diplomatiche”, ha scritto Hemeti sui social, tornando a denunciare la presenza nell’esercito di “membri del regime dell’ex dittatore Omar al Bashir”, il capo dello Stato deposto nel 2019 dopo trent’anni al potere al termine di settimane di proteste di piazza. Dopo la sparatoria, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato il trasferimento della propria ambasciata in Sudan dalla capitale Khartum alla città di Port Sudan, sul mar Rosso. “Nessuno dei nostri fratelli è rimasto ferito, ma il veicolo è stato danneggiato”, ha affermato Cavusoglu in dichiarazioni riprese dal quotidiano turco “Hurriyet”, aggiungendo che il personale dell’ambasciata è stato trasferito in un luogo più sicuro.

Sia le Rsf che l’esercito non hanno rispettato la tregua dichiarata lo scorso 4 maggio per sette giorni, la terza a non essere osservata dall’inizio dei combattimenti il 15 aprile. Il tutto avviene mentre è atteso oggi a Gedda, in Arabia Saudita, l’incontro delle delegazioni delle due fazioni militari in conflitto in Sudan. Lo hanno confermato in una dichiarazione congiunta i governi dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, nella quale Riad e Washington “esortano entrambe le parti a prendere in considerazione gli interessi della nazione sudanese e del suo popolo e ad impegnarsi attivamente nei colloqui per un cessate il fuoco e la fine del conflitto”. Entrambe le forze in conflitto hanno dichiarato tuttavia che discuteranno solo di una tregua umanitaria e non della fine della guerra. Ieri le Forze armate sudanesi hanno confermato l’invio di loro delegati in Arabia Saudita per discutere “i dettagli della tregua che sta per essere estesa”, sebbene di recente l’inviato speciale del generale Fattah al Burhan, Dafallah Alhaj, abbia detto che l’esercito non si siederà direttamente al tavolo con alcuna delegazione che le “ribelli” Forze rapide di supporto (Rsf) potrebbero inviare. Sia Al Burhan che il generale Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo hanno dato il loro accordo per una nuova tregua, ma nei fatti i combattimenti non sono mai stati sospesi e proseguono da oltre 20 giorni in diverse aree della capitale Khartum.

Nella dichiarazione congiunta, gli Usa e l’Arabia Saudita hanno evidenziato anche gli sforzi di altri Paesi e organizzazioni per arrivare ai colloqui di questo fine settimana: tra questi Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, la Lega degli Stati Arabi e l’Unione africana. I colloqui sono stati accolti con favore anche dalle Forze per la libertà ed il cambiamento (FCC), gruppo sudanese di attivisti e opposizione che nel 2019 organizzò le proteste che portarono alla deposizione dell’ex presidente Omar al Bashir, al potere da 30 anni. I colloqui di Gedda sono il primo tentativo concreto di far sedere le forze del generale Fattah al Burhan e quelle del suo vice Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo. Dall’inizio dei combattimenti continua intanto ad aumentare il bilancio degli scontri: al momento si contano quasi 600 morti e non meno di 4.500 feriti.

(Nova News)

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