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Libia: la sfida estera del nuovo governo dell’Italia

(Roma, 30 ottobre 2022). Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla prospettiva di una guerra nucleare in Ucraina, dall’altra parte del Mediterraneo la Libia sprofonda nel caos e rischia la spartizione tra Turchia e Russia. Come anticipato da InsideOver, il piano delle Nazioni Unite per andare alle elezioni il 24 dicembre 2021, simbolica data del 70esimo anniversario dell’indipendenza, è miseramente fallito. Venti di guerra soffiano su Tripoli, la capitale del Paese in mano a un’amministrazione sempre più dipendente dal presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan.

Il redivivo generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica noto in Italia per aver sequestrato per 108 giorni i 18 pescatori di Mazara del Vallo, si è tolto la cravatta di Talarico regalatagli da Giuseppe Conte per indossare la divisa militare e incitare una “rivolta popolare” contro i “corrotti”. I mercenari russi pagati con i soldi del petrolio di contrabbando e la nafta clandestina rimangono con i loro stivali ben piantati sul fianco sud della Nato. Eppure, l’Italia ha ancora un asso nella manica.

Primi partner commerciali

Secondo quanto riferito dall’Agenzia Nova, siamo il primo partner commerciale della Libia, con un valore dell’interscambio di oltre 6,37 miliardi di euro nei primi setti mesi del 2022. Gli scambi tricolore con la Libia hanno registrato un aumento dell’83,68% rispetto allo stesso periodo del 2021, con una quota di mercato del 22,26%, davanti a Cina (2,95 miliardi di euro di interscambio e 10,31% di quota di mercato), Spagna (2,44 miliardi di euro di interscambio e 8,54% di quota di mercato), Grecia (2,39 miliardi di euro e l’8,33% del mercato), Germania (2,37 miliardi di euro di interscambio e l’8,27% della quota di mercato), Turchia (1,94 miliardi di euro e il 6,77% del mercato) e Stati Uniti (1,38 miliardi di euro di interscambio e il 4,81% della quota di mercato). Vero è che Ankara è il primo Paese fornitore della Libia con 1,54 miliardi di euro di esportazioni (+22,30 per cento) e una quota di mercato del 17,23%, mentre l’Italia è solo terza con 1,11 miliardi di euro (+71,24 per cento) e una quota di mercato del 12,38%. Ma il peso economico complessivo dell’Italia in Libia è tre volte quello della Turchia. Di fatto, senza l’Italia e senza l’Eni la Libia resterebbe al buio e perderebbe il suo miglior cliente.

Riallacciare i contatti

Il nuovo governo di Giorgia Meloni può quindi partire da una solida posizione economica e una diplomazia che funziona (l’ambasciata d’Italia a Tripoli non ha mai chiuso, neanche quando piovevano razzi nel centro della capitale) per riallacciare i rapporti politici. Ma con chi? Dallo scorso febbraio in Libia ci sono due amministrazioni rivali che si contendono il potere. Da una parte c’è il Governo di unità nazionale (Gun) del premier ad interim Abdulhamid Dbeibah, controverso politico e imprenditore di Misurata salito alla ribalta sfruttando il lacunoso meccanismo le Nazioni Unite; dall’altra c’è il cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn) designato dalla Camera dei rappresentanti dell’est e guidato dall’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha, appoggiato a sua volta dal generale Haftar.

Quest’ultimo tiene il piede in due staffe: ufficialmente schierato con Bashagha, il “feldmaresciallo” si è riposizionato in silenzio dopo le sconfitte e gli errori del premier designato, accordandosi sottobanco con Dbeibah per nominare un suo uomo di fiducia a capo della National Oil Corporation (Noc), l’ente petrolifero di Stato. Se vuole capitalizzare il vantaggio economico accumulato fin qui, il nuovo governo dell’Italia dovrà smarcarsi dall’inconcludente azione delle Nazioni Unite, ignorare le avance di sedicenti governi paralleli e stabilire quanto prima contatti bilaterali diretti con chi davvero comanda, ovvero Dbeibah e Haftar. Ci sono almeno tre buoni motivi per farlo: l’approvvigionamento energetico; la lotta alle migrazioni illegali; il contrasto al terrorismo di matrice islamista.

Di Alessandro Scipione. (Il Giornale/Inside Over)

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