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Cosa rischia Lukashenko dalla guerra in Ucraina

(Roma, 21 ottobre 2022). La Bielorussia è parte in causa di questa guerra. Minsk ha dato ai russi la possibilità di attraversare il proprio territorio e di usare le proprie basi per entrare nelle regioni settentrionali dell’Ucraina. Il presidente Alexandar Lukahsenko è inoltre il più importante alleato del Cremlino in questa precisa fase storica. Ma c’è un tassello non secondario lungo l’asse Minsk-Mosca: la Bielorussia non ha infatti mandato proprie truppe a combattere. Negli ultimi giorni alcuni segnali hanno indicato un aumento della tensione lungo i confini tra Ucraina e Bielorussia e forze speciali sono state inviate da Lukashenko nella regione.

Ci sarà quindi prima o poi un intervento diretto di Minsk contro Kiev? Alcune ragioni porterebbero a dare una risposta positiva: Putin ha bisogno di truppe in una fase delicata dal conflitto e potrebbe attingere da quelle dell’alleato a lui più vicino. Altre però implicherebbero una risposta negativa: il conflitto in Ucraina tra i bielorussi non è popolare, come del resto in seno all’opinione pubblica non è affatto popolare lo stesso Lukashenko. Una combinazione che potrebbe indurre il Cremlino a non chiedere un così grosso sacrificio al suo principale alleato.

Il quadro dell’alleanza russo-bielorussa

In guerra, più che in altre circostanze, ogni parola ha la sua importanza. Nel comunicato con cui la scorsa settimana il governo di Minsk ha annunciato di aver schierato, congiuntamente con la Russia, delle truppe lungo il confine ucraino, non si è fatto riferimento alle regioni meridionali della Bielorussia. Al contrario, si è parlato di “zone di confine della parte occidentale dell’Unione”.

L’Unione in questione è quella sorta ufficialmente nel 1997. Si tratta di una vera e propria organizzazione sovranazionale gestita da Russia e Bielorussia in cui sono previste, tra le altre cose, azioni di reciproco sostegno a livello difensivo in caso di necessità. Minsk, nel suo comunicato, ha richiamato per l’appunto problemi legati alla sicurezza nella parte dei confini occidentali dell’Unione Russia-Bielorussia, corrispondenti alle proprie frontiere meridionali con l’Ucraina. Da qui l’attivazione di un pattugliamento congiunto.

L’esistenza dell’Unione mostra il livello di alleanza tra i due Paesi. Non si tratta cioè di una vicinanza politica tra due presidenti in sella da più di un ventennio, Putin da un lato e Lukashenko dall’altro, quanto invece di un’alleanza strategica e a lungo termine tra due entità un tempo organiche all’Unione Sovietica. E ora, proprio in nome di questa nuova Unione, è stato invocato un comune pattugliamento dei confini. Un’azione difensiva, ha più volte sottolineato Minsk. Ma per molti questo altro non è che il preludio a un vero e proprio ingresso della Bielorussia in Ucraina.

Perché a Lukashenko non conviene un intervento

In una fase come quella attuale, è quasi automatico pensare a una richiesta diretta da parte di Vladimir Putin a Lukashenko volta a mandare soldati bielorussi nel campo di guerra. Mosca ha seri problemi di approvvigionamento di unità sui fronti più delicati. A Kharkiv, così come a Kherson, l’esercito russo si è ritrovato in inferiorità numerica rispetto alle forze di Kiev. Tanto da costringere lo stesso Putin a ricorrere alla mobilitazione parziale. Una mossa che, nei calcoli dei vertici della Difesa russa, dovrebbe portare al fronte almeno trecentomila soldati.

Si tratta però di truppe da addestrare e che saranno disponibili soltanto nei prossimi mesi. Dal canto loro invece, i bielorussi sarebbero utilizzabili da subito assottigliando parzialmente la distanza numerica tra ucraini e filorussi nelle regioni in cui si sta combattendo. La mossa però potrebbe creare non pochi rischi al presidente Lukashenko. La guerra infatti in Bielorussia non è molto popolare. Così come non lo è nella stessa Russia, tanto che Putin si è “limitato” a una mobilitazione parziale e non generale.

Ma se il leader del Cremlino in patria può contare su un vasto consenso, la stessa cosa non si può dire per il suo collega e alleato bielorusso. Lukashenko è sopravvissuto all’ondata di proteste successive alla presidenziali del 2020 solo grazie all’aiuto di Mosca. Le accuse di brogli, l’ondata di manifestazioni e arresti hanno dato idea di come il potere dell’attuale uomo forte di Minsk non è così solido. Una parte di popolazione sostiene ancora Lukashenko, specialmente nella profonda provincia bielorussa, ma un’altra parte invece ha abbandonato l’attuale presidente. Entrare in guerra diretta contro l’Ucraina vorrebbe dire rischiare di scalfire gli attuali fragili equilibri e di destabilizzare nuovamente la situazione. Una circostanza che Lukashenko non può permettersi.

Cosa deciderà il Cremlino ?

Tuttavia il presidente bielorusso ha pochi margini di manovra. Se Putin dovesse chiedergli il sacrificio di schierare truppe sul campo, non potrebbe dirgli di no. Minsk non ha finora inviato soldati probabilmente perché è lo stesso Cremlino a non volerlo. Tutto passa cioè da quello che si sta decidendo per adesso a Mosca.

I dirigenti russi, in particolare, hanno valutato e stanno ancora valutando cosa conviene loro tra una manciata di uomini in più sul campo e il rischio di vedere vacillare l’unico alleato attuale. Per il momento forse bastano i pattugliamenti congiunti lungo le frontiere ucraine. Con questa mossa infatti, Kiev è costretta a mantenere nel nord del Paese importanti forze, a discapito dei fronti orientali e meridionali.

Di Mauro Indelicato. (Inside Over)

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