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Perché la Siria ha riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass

(Roma, 05 luglio 2022). La Siria, con una mossa non del tutto a sorpresa, il 29 giugno scorso ha riconosciuto ufficialmente le Repubbliche Democratiche di Luhansk (Lpr) e Donetsk (Dpr).

Le due repubbliche separatiste del Donbass ucraino ricevono così il primo riconoscimento ufficiale da parte di uno Stato all’infuori della Russia (il 21 febbraio 2022) e di altre due regioni dell’intorno russo del Caucaso: l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, la prima separatasi dalla Georgia a seguito del conflitto del 2008, la seconda diventata una repubblica autonoma a partire dalla fine della guerra del 1992/93 e indipendente dal 1999.

La Siria, insieme a Nicaragua, Venezuela a Nauru riconosce anche l’esistenza di queste due piccole repubbliche caucasiche: a maggio del 2018, come gesto di riconoscenza per “l’assistenza contro l’aggressione terroristica” Damasco ha deciso di stabilire relazioni diplomatiche con Abkhazia e Ossezia del Sud.

Quanto accaduto a fine giugno rappresenta un atto politico – come sempre accade in questi casi – di tipo diverso rispetto a quello del 2018. La Repubblica Araba Siriana riconoscendo ufficialmente le repubbliche di Donetsk e Luhansk intende riaffermare la sua posizione a fianco della Russia in campo internazionale, rinsaldando quindi ancora una volta i suoi legami con la Federazione sulla scorta di quanto accaduto negli ultimi anni, che hanno visto l’aumento delle incursioni israeliane volte non solo a colpire i proxy iraniani in Siria, ma anche obiettivi di Damasco, e per questo generando malumori a Mosca che, almeno in un’occasione nota, ha “acceso i radar” dei suoi sistemi da difesa area dislocati a protezione della base aerea di Hmeimim e della base navale di Tartus.

Già l’anno scorso, a luglio, i sistemi di artiglieria antiaerea russa in Siria avevano intercettato una serie di missili lanciati dagli F-16 di Israele in attacchi aerei contro obiettivi iraniani e di Hezbollah a sud-est di Aleppo. A maggio di quest’anno, invece, una batteria di S-300 ha “puntato” direttamente i caccia con la stella di Davide durante l’ennesimo raid effettuato dalla Iaf (Israeli Air Force) nella Siria nordoccidentale. Risulta che sia stato fatto fuoco mentre i velivoli abbandonavano l’area, e sappiamo che gli S-300 siriani sono operati da personale russo.

Quanto accaduto potrebbe significare quindi un cambio nelle relazioni tra Russia e Israele, con Mosca determinata non solo a riaffermare il ruolo di protettore del suo alleato locale, ma si può leggere anche in chiave del conflitto ucraino: al vertice di Ramstein sulla guerra di inizio maggio riservato ai membri della Nato (e a qualche partner) era presente anche una delegazione di Tel Aviv. Le relazioni tra i due Paesi si erano già incrinate quando il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, aveva affermato

che il dittatore tedesco Adolf Hitler avesse origini ebraiche, e molto probabilmente la decisione di partecipare all’incontro di Ramstein è stata presa anche in considerazione di questo particolare incidente diplomatico. Sembra quindi che, nonostante l’atteggiamento amichevole dello Stato ebraico verso la Federazione durante i primi mesi del conflitto, che aveva anche permesso a Tel Aviv di porsi come mediatrice insieme ad Ankara, stiamo assistendo alla progressiva cancellazione di alcune “linee invalicabili” della diplomazia israeliana nei confronti del Cremlino, che sta a sua volta portando ad azioni russe sempre più minacciose.

Questo quadro internazionale si innesta nella crisi del governo Bennett, che ha condotto a nuove elezioni che si terranno il prossimo autunno, le quinte in quattro anni. Il 20 giugno scorso il premier israeliano ha annunciato la fine di quello che era stato chiamato “il governo del cambiamento”, pertanto l’annuncio di Damasco, giunto nove giorni dopo, potrebbe non essere casuale.

La Siria, infatti, potrebbe sfruttare questo momento di crisi politica israeliana e dei rapporti tra Tel Aviv e Mosca per inserirsi in questa frattura, e il riconoscimento delle due repubbliche separatiste del Donbass potrebbe essere funzionale ad avere, in qualche modo, una carta diplomatica da giocarsi col Cremlino.

Non va dimenticato che anche la Turchia è un giocatore nella partita siriana, e Damasco potrebbe far pressione su Mosca, sfruttando la sua decisione, per cercare di isolare Ankara: ricordiamo che nel nord siriano, le forze armate di Russia e Turchia svolgono pattugliamenti congiunti per attività di counterinsurgency.

Tornando alla questione del riconoscimento in sé, ci risulta difficile pensare che il Venezuela possa seguire la strada siriana in questo particolare momento storico: Washington, proprio per via del conflitto e degli effetti legati all’embargo sul petrolio russo, ha fatto sapere che allenterà la morsa delle sanzioni a Caracas concedendo alla Chevron di negoziare l’acquisto di petrolio venezuelano.

Non è da escludere, invece, che il Nicaragua possa decidere per il riconoscimento, stante il recente rinnovo del decreto decennale che permette alle forze russe di addestrarsi nel Paese centroamericano, una decisione criticata aspramente dagli Stati Uniti alla luce dell’invasione dell’Ucraina.

Le due incognite sono rappresentate da Iran e Corea del Nord: sebbene nessuno dei due Paesi abbia mai aperto al riconoscimento di Ossezia del Sud o Abkhazia, il secondo ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea. La politica nordcoreana in questo momento è alle prese con lo scoppio della crisi pandemica e, soprattutto, sta tornando ad agitare lo spettro dei lanci missilistici per cercare di far tornare al tavolo delle trattative gli Stati Uniti, quindi è ragionevole supporre che Pyongyang, in questo momento, non voglia compiere atti politici eclatanti che potrebbero irritare Washington. Per quanto riguarda Teheran, la Repubblica Islamica si è dimostrata piuttosto indifferente – storicamente – in merito a questo tipo di azioni diplomatiche e soprattutto sta cercando di riesumare le trattative sul nucleare: il 30 giugno l’Iran si è detto pronto per nuovi colloqui indiretti con gli Stati Uniti per superare gli ultimi ostacoli e rilanciare l’accordo nucleare del 2015 con le principali potenze, pertanto molto difficilmente potrebbe decidere di intraprendere la stessa strada della Siria e riconoscere ufficialmente Dpr e LNR.

Di Paolo Mauri. (Inside Over)

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