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Il ritorno dell’America e i popoli del Medio Oriente

“L’America è tornata”. Questo è il mantra che ci sentiamo ripetere di continuo da Joe Biden. Ma per far o dire  cosa non è chiaro; almeno sul piano generale.

E questo perchè il Biden che chiama a raccolta le democrazie contro la minaccia della Russia e della Cina è lo stesso Biden che, prima e dopo le sue esternazioni, si incontra con Putin  per “costruire rapporti controllabili e prevedibili” con Mosca. E il Biden che denuncia il genocidio (per inciso, tutto da dimostrare) degli Uiguri, è anche il Biden che vuole coinvolgere la Cina nella battaglia per salvare l’ambiente o per costruire le nuove regole del commercio mondiale. E, allora, partendo dalla certezza che Biden non abbia un fratello gemello e che non sia affetto da turbe della personalità, siamo di fronte ad una partita tutta da giocare, il cui esito dipenderà anche dalle reazioni delle controparti; dando per scontato però che nell’oscillazione del pendolo tra i suoi due estremi – l’accordo generale e il conflitto aperto – qusto concluderà la sua oscillazione nelle vicinanze del primo.

Alla base di questa convinzione, la presa d’atto  del fatto che, dopo l’uscita di scena di Trump, si è chiuso il periodo aperto con la caduta del Muro. E caratterizzato, nel decennio successivo all’evento,  dalla cosiddetta “intossicazione da successo” e cioè dalla convinzione che gli Stati uniti e l’occidente non avessero più limiti nella aspirazione a costruire il mondo a propria immagine e somiglianza; sino a reagire, una volta resisi conto che non era affatto così, anzi, con esibizioni sconclusionate di “hard power”, volte a sostenere i Buoni e a punire i Cattivi o, comunque , a mettere in riga con ogni mezzo, quanti  non chinassero il capo di fronte alle loro intemerate

Ora, per venire ai problemi che interessano, e un modo tutt’altro che accademico, gli amici di Menanews, vittime principali di queste “esibizioni sconclusionate”sono stati i popoli del Medio oriente; secondo processi e con risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che non è il caso di rispiegare qui.

Un processo distruttivo e, insieme, degenerativo che tutti ritenevano dovesse andare avanti per forza propria per sfociare nella definitiva cancellazione dei diritti dei popoli, in uno stato di conflittualità permanente e nella presenza sempre più pesante dei “protettori esterni”.

E, invece, da qualche tempo, il pendolo si sta muovendo nella direzione opposta. E con ritmi che tendono ad accelerarsi. Cosi sono di questi ultimi giorni: lo schieramento delle forze dell’ordine a tutela dei quartieri arabi di Gerusalemme nei confronti delle scorrerie degli estremisti ebrei; il rinvio sine die della decisione sugli sfratti a Gerusalemme est; il totale rinnovo dei vertici dell’esercito e del Mossad , accompagnato da una dichiarazione secondo la quale Israele vede con favore un accordo sul nucleare iraniano in un negoziato su cui l’Arabia Saudita si dichiara ansiosa di partecipare, e, infine, l’impegno formale dei due partiti arabi d’Israele a garantire con i loro voti la nascita del nuovo governo, impegno di cui il governo ha tranquillamente preso atto.

Tutto ciò coincide, non a caso, con il ritorno dell’America nell’area. E nelle vesti inusitate di quel “soft power”il cui uso geniale nell’Europa del dopoguerra fu alla base della ricostruzione del nostro continente e di una serie di successi, culminati con la dissoluzione pacifica del campo socialista. Un soft power di cui uno de massimi artefici della politica estera Usa, Joseph Nye, condensò in una formula che è tornata, nel Medio Oriente di oggi di grandissima attualità: “far sì che gli altri facciano e nel loro interesse le cose che gli Stati Uniti vorrebbero che facciano”.

Una formula in cui il far sì non configura imposizioni ma suggerimenti e in cui il ruolo degli Stati Uniti è essenzialmente quello di facilitatore; disponendo a questo riguardo di risorse finanziarie essenziali per la soluzione dei problemi. E, a questo punto, il passaggio decisivo è quello in cui gli stati cominciano a capire, apprendendolo da soli, in che cosa consista il loro interesse nazionale. Cosa che hanno perfettamente capito, tra mille travagli, non solo (ed era la cosa più difficile)  le classi dirigenti israeliane con il loro governo di salute pubblica unito dall’intento di esplicito di “salvare Israele” (da sé stesso, oltre che da Bibi) ma anche quelle egiziane ( “salvare Gaza- area di rifugio dei fratelli musulmani perseguitati in Egitto – per evitare che cadano nelle braccia di Erdogan), saudite (garantire la sopravvivenza del regime, all’interno dell’accordo Usa/Iran), iraniane (dove la divisione riguarda questioni interne; tutti, invece, d’accordo con un negoziato più ampio possibile con gli Usa). Così come lo capiranno, e più presto, anche i  governanti libanesi , seguendo un modello già avviato in altri paesi del mondo e che si riassume nella triade accordo nazionale,  fine delle sanzioni, arrivo degli aiuti dello zio Sam e non solo.

Non parliamo poi dell’interesse, anch’esso vitale, della nuova Amministrazione. Tanto più forte in quanto costituisce il punto d’incontro tra diverse esigenze che qui ricordiamo sinteticamente.

La prima è quella di raffreddare il clima generale. Come premessa necessaria per costruire un nuovo sistema meno divisivo e più inclusivo e soprattutto per costruire una barriera contro nuove e sempre possibili manifestazioni di violenza e di irrazionalità. Secondo ricostruire il ruolo degli Stati Uniti come promotore/garante dei diritti di tutti nel quadro del ritorno del sistema alla stabilità e alla normalità. E “last but not least, rompere anzi sconfiggere definitivamente, anche sul fronte americano, l’asse Trump, Netanyahu (la cui componente essenziale sono tra l’altro gli evangelici, adoratori degli ebrei dell’Antico testamento quanti ostili a quelli in carne ed ossa), chiarendo definitivamente il fatto che l’ostilità a Netanyahu è perfettamente compatibile, con il sostegno al governo e al popolo d’Israele, arabi compresi.

Comincia così da oggi una nuova fase in cui non risolverà alcun problema ma si creeranno, e più rapidamente di quanto si pensi, tutte le condizioni per gestirli in modo razionale.  Ed elemento centrale di questo processo non potrà non essere un nuovo protagonismo dei popoli- siano essi palestinesi o libanesi, siriani o iracheni. E non per bontà d’animo; ma per il semplice fatto che con la scomparsa del nemico esterno, principale se non unica giustificazione del loro potere, recuperare un rapporto con i propri sudditi diventerà necessario. E non per bontà d’animo ma nel loro stesso , reciproco, interesse.

(Alberto Benzoni)

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