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Iraq: la coalizione risponde, attaccata una «grotta» dello Stato Islamico

(Roma il 25 gennaio 2021). Fonti irachene hanno riferito che gli aerei della coalizione anti-ISIS hanno effettuato un attacco contro un rifugio dello Stato Islamico situato nella provincia di Salah al-Din, all’alba di lunedì 25 gennaio.

A riportarlo, il quotidiano al-Jazeera, sulla base delle informazioni fornite dalla Media Security Cell irachena, la quale ha precisato che il luogo colpito è situato nei pressi dell’area montuosa di Makhoul, nel governatorato di Salah al-Din, posto a Nord della capitale Baghdad, dove si pensa siano nascoste cellule dell’ISIS ancora attive. L’operazione, è stato affermato, è stata condotta sulla base dei dati forniti dai servizi di intelligence nazionali, ma non è ancora chiaro quante siano le vittime provocate. In precedenza, sono stati 7 i militanti dello Stato Islamico rimasti uccisi a seguito di due attacchi aerei perpetrati dalla coalizione contro le regioni di Salah al-Din e Kirkuk. Queste ultime, insieme al governatorato di Diyala, costituiscono il cosiddetto “triangolo della morte”, dove, nel corso del 2020, è stato registrato un incremento dell’attività dell’organizzazione terroristica.

In tale quadro, il corrispondente di al-Jazeera da Baghdad, Samer Yusuf, ha affermato che l’attacco della coalizione anti-ISIS riveste una particolare importanza, in quanto si colloca dopo i recenti attentati terroristici di Baghdad, condotto il 21 gennaio, e di Salah al-Din, perpetrato il 23 gennaio, che hanno spinto le forze di sicurezza irachene ad annunciare l’avvio di una nuova operazione militare, soprannominata “Vendetta dei Martiri”, volta a eliminare le cellule dell’ISIS ancora attive. Mentre il doppio attentato suicida del 21 gennaio ha causato la morte di 32 individui, perlopiù civili, l’attacco del 23 gennaio ha preso di mira le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), uccidendo 11 dei suoi membri, tra cui anche un comandante di reggimento. Le PMF, altresì note con la denominazione in arabo “Hashd al-Shaabi”, sono una coalizione di milizie paramilitari, in gran parte sciite, appoggiate dall’Iran, le quali hanno partecipato alla lotta contro l’ISIS a fianco della coalizione guidata dagli USA.

Come riferito da diversi esponenti dell’apparato militare e di sicurezza iracheno, l’Iraq non può ancora dirsi al riparo dalla minaccia dell’ISIS, proveniente soprattutto dai confini Nord-orientali con la Siria. In particolare, nel corso di un’intervista con al-Jazeera, il portavoce del Comando operativo congiunto, Tahsin Al-Khafaji, ha riferito che l’ISIS è ancora in grado di muoversi e nascondersi in diverse regioni del Paese, ma che, attraverso le operazioni condotte negli ultimi mesi, che hanno colpito anche giacimenti petroliferi e strutture per la trasmissione di energia elettrica, l’organizzazione starebbe cercando di risollevare il morale di propri combattenti.

Al contempo, fonti locali e occidentali hanno espresso la propria preoccupazione per una inadeguata preparazione e prontezza delle forze armate irachene, che risentono delle conseguenze delle problematiche a cui deve far fronte il Paese, dalla pandemia di Covid-19 ai “conflitti politici” interni. Gli attacchi dell’ultima settimana, hanno sottolineato alcuni esperti, potrebbero proprio rappresentare il risultato di una situazione sempre più precaria, esacerbata anche dalla riduzione del supporto fornito dagli Stati Uniti. A tal proposito, il portavoce dell’Ufficio del comandante in capo delle forze armate, il maggiore generale Yahya Rasool, ha dichiarato che l’attentato di Baghdad del 21 gennaio rappresenta un fallimento per le forze di sicurezza irachene. Secondo altri, si è trattato altresì di un segnale della debolezza dei servizi di intelligence, i quali non sono stati in grado di prevenire un piano di attentatori iracheni. L’attacco di Salah al-Din dimostrerebbe, invece, la capacità dell’ISIS di gestire e aprire più di un fronte contemporaneamente, il che rappresenta una grande sfida per le forze irachene.

Un report rilasciato dalle Nazioni Unite, nel mese di agosto 2020, indica che sono più di 10.000 i militanti dell’ISIS ancora attivi in Iraq e in Siria. Questi sono organizzati in piccole cellule e si spostano tra i due Paesi liberamente, mentre altri avrebbero trovato riparo nel Nord-Est dell’Iraq, nella zona montuosa di Hamrin, da cui starebbero conducendo una “guerra di logoramento” contro le forze di sicurezza irachene. Inoltre, secondo diverse fonti, l’obiettivo dell’organizzazione è minare il governo di Baghdad, attraverso attentati contro forze di sicurezza e gruppi civili che colpiscono anche infrastrutture statali, situate perlopiù in “aree aperte” a Nord di Baghdad.

La presunta fine dello Stato Islamico risale al 9 dicembre 2017, quando, dopo tre anni di battaglie, il governo iracheno annunciò la vittoria sull’ISIS. In particolare, fu il primo ministro dell’Iraq allora in carica, Haider Al-Abadi, a comunicare che l’esercito aveva ripreso il totale controllo del Paese, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. L’inizio della presenza dello Stato Islamico in Iraq risale, invece, al 2014. Dopo aver occupato gran parte del territorio iracheno, il 10 giugno di quell’anno l’organizzazione prese anche il controllo di Mosul, seconda città del Paese e principale nucleo urbano caduto in mano ai jihadisti, liberata poi il 10 luglio 2017.

Piera Laurenza. (Sicurezza Internazionale)

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