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La Libia a un anno di distanza dalla conferenza di Berlino

(Roma il 21 gennaio 2021). Un anno fa di questi tempi il Covid era solo un problema cinese, neppure tanto avvertito in Europa. Il countdown verso il Caso 1 italiano, da cui poi inizierà la tragedia della pandemia nel vecchio continente, era però partito. Nessuno lo sapeva, nessuno poteva immaginare che la riunione sulla Libia a Berlino tenuta il 19 gennaio 2020 sarebbe stata forse l’ultima grande riunione internazionale in Europa senza l’ausilio di video riunioni o conversazioni con la mascherina. L’unica cosa certa tra chi si trovava nella capitale tedesca, era che quella conferenza rappresentava una delle ultime occasioni per l’Ue di incidere sul dossier libico. A distanza di un anno è molto difficile dire se quell’occasione è andata o meno persa. Di certo, l’Europa in Libia appare sempre in secondo piano rispetto ad altri attori internazionali.

Cosa è successo a Berlino un anno fa

Prima Parigi, su iniziativa francese, poi Palermo invece su iniziativa italiana. Il dossier libico a un certo punto è stato gestito dai due attori europei impegnati nel Paese nordafricano a suon di conferenze. Le prima due tenute da Francia e Italia non hanno, alla distanza, sortito effetti. Anche se le aspettative e le risorse politiche spese in quelle occasioni sono state importanti. La scelta del generale Haftar nell’aprile del 2019 di provare a conquistare manu militari Tripoli, ha fatto naufragare ogni velleità tanto francese quanto, soprattutto, italiana. E inoltre ha messo in evidenza come il vecchio continente si avviava oramai ad avere, sia a livello comunitario che a livello di singoli Stati, un ruolo di second’ordine. Ad avanzare erano altri attori: gli Emirati Arabi Uniti che sostenevano Haftar da una parte, così come ovviamente la Russia di Putin che al generale ha fornito mezzi, soldi e gli uomini della Wagner, mentre dall’altro lato si è assistito al dirompente ingresso della Turchia, divenuta nel novembre 2019 sponsor principale del governo di Tripoli guidato da Fayez Al Sarraj.

Così l’Europa, prima di naufragare definitivamente, ha provato a rientrare in gioco con una nuova conferenza. Se le prime due sono state in mano a Francia e Italia, quella di un anno fa è stata sotto l’egida della Germania. La cancelliera Angela Merkel voleva dare una sterzata al dossier e imprimere un cammino guidato dal vecchio continente. A Berlino è riuscita a far arrivare diverse delegazioni internazionali, oltre che i principali antagonisti dello scacchiere libico, ossia Al Sarraj ed Haftar. Ma non tutto è filato liscio. Il generale in particolare, ha fatto in Germania quanto fatto vedere a Palermo nel novembre 2018. Prima ha messo in forse la sua presenza, poi si è rintanato in una camera dell’edificio che ospitava il summit e, da lì, ha poi inaspettatamente fatto perdere le sue tracce. I retroscena di quelle ore raccontano addirittura di una Angela Merkel che provava a chiamare telefonicamente Haftar, ma quest’ultimo puntualmente staccava la linea.

Al termine di quei infuocati momenti del 19 gennaio 2020, si è comunque riusciti a tirar fuori un documento. In esso sono stati inseriti 55 punti, molti dei quali già espressi nelle altre conferenze. E cioè sostegno alla missione Onu in Libia per arrivare a un cessate il fuoco, accordi per un futuro nuovo esecutivo unitario e future nuove elezioni. In più è stato introdotto, ed è forse questa l’unica vera novità uscita fuori da Berlino, il meccanismo cosiddetto “5+5” per l’istituzione di una commissione militare formata da cinque rappresentanti del Gna di Al Sarraj e cinque dell’Lna di Haftar.

Cosa rimane della conferenza a un anno di distanza

Non tutto è andato perduto, da allora. Alcuni punti hanno effettivamente avuto un seguito. Ad esempio a Ginevra si sono tenute diverse riunioni della commissione militare nata dopo Berlino. Incontri che hanno avuto una loro importanza poi nella proclamazione ad agosto e ad ottobre del cessate il fuoco permanente. L’intento però originario della conferenza attualmente è molto lontano dalla piena realizzazione. Le mutazioni e le evoluzioni sul terreno libico, sono arrivate soprattutto per l’impulso di altri attori, Turchia e Russia in primis, e non dell’Europa. Quest’ultima dunque ha continuato ad avere un ruolo secondario, se non a tratti defilato. Vale, anche in questo caso, sia in senso comunitario che a livello di singoli governi.

Adesso in seno al teatro libico si sta attraversando forse una fase decisiva: prosegue, seppur a fatica, il tentativo dell’Onu (sfruttando in parte come base anche il documento di Berlino) di ridare stabilità al Paese “confezionando” un nuovo governo di unità nazionale, con l’intento di giungere ad elezioni il 24 dicembre prossimo. Inoltre, i mutamenti internazionali dati dal cambio di guardia alla Casa Bianca e dalle novità riguardanti gli attori mediorientali, potrebbero aprire un gran ventaglio di occasioni per trovare una soluzione in Libia. Italia e Francia in primis potrebbero sfruttare questa fase, per ritagliarsi quanto meno un proprio spazio di influenza. Rivedere però l’ambito europeo nuovamente assoluto protagonista ad oggi appare un’autentica chimera.

Mauro Indelicato. (Inside Over)

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