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Libano: Michel Aoun rinvia le consultazioni, il popolo chiede aiuto

(Roma 15 Ottobre 2020). Il presidente del Libano, Michel Aoun, ha posticipato di una settimana l’inizio delle consultazioni per la nomina di un nuovo premier. Nel frattempo, la popolazione è scesa in piazza, chiedendo aiuto di fronte ad un perdurante deterioramento delle condizioni di vita.

Risale al 7 ottobre l’annuncio del capo di Stato libanese, con cui aveva fissato per il 15 ottobre la data di inizio del round dei colloqui con esponenti di blocchi parlamentari e rappresentanti indipendenti, in modo che ciascuno di loro potesse nominare il proprio candidato alla presidenza del governo di Beirut. Su richiesta delle parti politiche stesse, Aoun ha deciso di rinviare l’inizio delle consultazioni, da tenersi, presumibilmente, a partire dal 22 ottobre prossimo. Da parte sua, il presidente del Parlamento, nonché capo del partito sciita Amal, Nabih Berri, ha mostrato la propria opposizione alla decisione di Aoun, mentre l’ex premier, Saad Hariri, sembra trovare sempre più difficoltà nel convincere gli attori politici libanesi ad impegnarsi per portare a compimento la cosiddetta road map francese.

Il Paese risente di un perdurante stallo politico, intrecciato con una crescente crisi economica e finanziaria. Tale situazione ha spinto la Francia ad intervenire, offrendo il proprio sostegno in cambio, però, di una squadra esecutiva apartitica, indipendente e composta da specialisti in grado di elaborare le misure di cui necessita il Paese. Parallelamente, la direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Kristalina Gheorghieva, nelle sue ultime dichiarazioni del 14 ottobre, ha affermato che il Libano sta assistendo a una situazione economica “catastrofica” a causa della mancanza di “volontà politica”. Nonostante ciò,

la sua istituzione è ancora disposta a fornire assistenza, ma ha bisogno di un partner che sia realmente disposto ad impegnarsi. Inoltre, è necessario condurre una verifica dei conti delle istituzioni finanziarie, compresi quelli della Banque du Liban, e formulare un programma economico, “credibile per gli investitori e i creditori del Libano”, una delle condizioni per la ristrutturazione del debito libanese.

Il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione economica in Libano del 25% per il 2020, viste altresì le conseguenze della pandemia di coronavirus e della violenta esplosione che ha colpito il porto di Beirut, il 4 agosto. Il debito sovrano di Beirut ammonta a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL, mentre la moneta locale è in crescente svalutazione, e il tasso di povertà è vicino al 55%, pari a circa 2.3 milioni di individui. Di questi, il 25%, ovvero circa un milione di cittadini, vive al di sotto della soglia di povertà e non è in grado di acquistare beni alimentari in quantità sufficienti per soddisfare i propri bisogni. Il 30%, invece, sebbene al di sopra della soglia di povertà, non può procurarsi un alloggio o capi di abbigliamento adeguati.

Le dimissioni dell’ex primo ministro, Hassan Diab, risalgono al 10 agosto, e hanno fatto seguito ad una forte ondata di mobilitazione popolare, in cui gruppi di manifestanti hanno accusato il governo di essere responsabile dell’incidente presso il porto di Beirut. Successivamente, il mandato era stato conferito a Mustapha Adib, il quale, il 26 settembre, ha riferito di non essere riuscito nella missione affidatagli.

In tale quadro, migliaia di cittadini si sono riversati per le strade libanesi, il 14 ottobre, in segno di protesta contro il deterioramento delle condizioni economiche e per respingere la mossa del governo relativa alla rimozione di sussidi sui prodotti di prima necessità. Per tutta la giornata, diverse città del Paese hanno assistito a movimenti di protesta, rispondendo a un appello del Sindacato generale del lavoro. La Banca centrale, altresì nota come Banque du Liban, sarebbe propensa ad annullare i sussidi previsti per beni di prima necessità importati dall’estero, tra cui carburante, pane e medicinali. La misura deriva da una riduzione delle riserve di valuta estera, fornita proprio dalla Banca centrale agli importatori di tali prodotti. L’ente, in particolare, eroga crediti agli importatori al cambio ufficiale del dollaro, pari a circa 1515 lire libanesi, e supporta anche una serie di materie prime appartenenti al paniere alimentare, il cui prezzo è determinato dalla media del tasso di cambio tra mercato ufficiale e nero, pari a quasi 3900 lire.

Un quadro simile mette a dura prova la pazienza della popolazione libanese, facendo temere una nuova grande ondata di proteste, simile a quella intrapresa il 17 ottobre 2019, che aveva portato alle dimissioni dell’ex premier, Saad Hariri, esacerbando una crisi politica, economica e sociale tuttora irrisolta.

Piera Laurenza. (Sicurezza Internazionale)

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